Il corpo, il ruolo e la distanza estetica. Drammaterapia e riabilitazione Psichiatrica: un’esperienza in una struttura residenziale con esordi psicopatologici e disturbi di personalità
Casa di Cura “Villa “Armonia” Roma
Abstract
Questo articolo esamina il contributo clinico e riabilitativo della drammaterapia nel trattamento di giovani adulti (18-25 anni) con esordi psicopatologici e gravi disturbi di personalità (in particolare dello spettro borderline e cluster B), inseriti in un percorso semiresidenziale presso l'Unità Esordi della Casa di Cura "Villa Armonia" a Roma. Il lavoro esplora i fondamenti teorici della disciplina, focalizzandosi sui concetti di Realtà drammatica, corpo, ruolo e distanza estetica, e analizza i principali meccanismi d'azione: regolazione affettiva, ampliamento del repertorio dei ruoli, potenziamento della mentalizzazione e della cognizione sociale, apprendimento esperienziale di gruppo e ristrutturazione narrativa. La prospettiva neuropenomenologica di Gallese sulla simulazione incarnata fornisce il fondamento teorico per comprendere come le tecniche drammaterapeutiche – role-play, improvvisazione corporea e narrazione drammatica – attivino processi empatici e di cognizione sociale radicati nei circuiti dei neuroni specchio. La valutazione ha impiegato un approccio mixed-methods (CGI, WHODAS 2.0, Q-LES-Q e osservazioni qualitative), evidenziando miglioramenti significativi nella regolazione emotiva, nella flessibilità comportamentale, nella capacità di mentalizzazione e nella qualità delle relazioni interpersonali. I pazienti hanno mostrato una progressiva riduzione dei comportamenti impulsivi, ampliate competenze relazionali e una maggiore integrazione identitaria, senza variazioni farmacologiche o abbandoni del trattamento. Pur riconoscendo i limiti metodologici (campione di ridotte dimensioni, assenza di gruppo di controllo), i risultati incoraggiano lo sviluppo di protocolli standardizzati e di network di ricerca multicentrici. L'integrazione della Scala SMPA e la collaborazione territoriale potrebbero rafforzare l'evidenza empirica sull'efficacia della drammaterapia nei percorsi di riabilitazione psicosociale. Si raccomandano futuri studi longitudinali con disegni quasi-sperimentali per chiarire i meccanismi specifici di efficacia e sostenere una più ampia implementazione nei servizi di salute mentale nazionali.
Introduzione
Nei programmi di riabilitazione psichiatrica le psicoterapie espressive hanno acquisito, negli ultimi decenni, un ruolo sempre più rilevante, integrandose con gli interventi farmacologici e con le psicoterapie evidence-based. Gli approcci che lavorano simultaneamente sulle dimensioni corporee, simboliche e relazionali si sono mostrati particolarmente utili nel trattamento di condizioni caratterizzate da impairment cognitivo, disregolazione emotiva e compromissione del funzionamento interpersonale, quali le psicosi affettive, i disturbi di personalità e i disturbi dello spettro ossessivo-compulsivo.
Tra questi approcci, la drammaterapia occupa una posizione peculiare: attraverso il linguaggio teatrale essa istituisce un’area di esperienza intermedia tra il piano della realtà ordinaria e quello della finzione, definita dalla letteratura come Realtà drammatica (Pendzik, 2006; Pitruzzella, 2014). Tale dimensione, che include e amplia il concetto winnicottiano di “spazio potenziale” (Winnicott, 1971), consente al soggetto di avvicinare contenuti emotivi complessi in condizioni di sicurezza psicologica, attivando al tempo stesso dimensioni preverbali dell’esperienza difficilmente raggiungibili attraverso il solo intervento verbale (Jones, 2007; Pitruzzella, 2004).
Parallelamente, le acquisizioni delle neuroscienze hanno evidenziato il ruolo dei processi neurocognitivi e della cognizione sociale nel recupero funzionale del paziente psichiatrico. L’integrazione tra funzioni cognitive (attenzione, memoria di lavoro, flessibilità) e competenze socio-emotive (empatia, mentalizzazione) rappresenta oggi un obiettivo centrale dei percorsi riabilitativi (Fonagy et al., 2002; Gallese, 2007).
Il presente lavoro intende integrare prospettive teoriche, riferimenti neuroscientifici e osservazioni cliniche per analizzare il contributo e la potenzialità operativa della drammaterapia in un contesto semiresidenziale, con particolare attenzione ai meccanismi attraverso cui essa può incidere sulla regolazione emotiva, flessibilità identitaria e sviluppo della cognizione sociale.
Fondamenti teorici della drammaterapia
La drammaterapia nasce dall’incontro tra teatro, psicologia e antropologia della performance, e affonda le proprie radici nelle trasformazioni del teatro europeo tra XIX e XX secolo, quando la scena viene progressivamente ripensata non più come spazio meramente rappresentativo, ma come luogo di esperienza e trasformazione (Jones, 2007; Pitruzzella, 2004). I principali modelli internazionali di riferimento — la role theory di Landy (1993, 1996), il paradigma EPR (Embodiment, Projection, Role) di Jennings (1998), il modello BASIC Ph di Lahad (1992) e, in Italia, il lavoro di Pitruzzella (2004, 2014) — condividono una premessa comune: la drammaticità è una modalità di funzionamento della mente, prima ancora che una pratica artistica.
La realtà drammatica
Il concetto di Realtà drammatica costituisce la cornice teorica all’interno della quale si dispongono tutti gli strumenti operativi della drammaterapia (Pendzik, 2006; Pitruzzella, 2014). Si tratta di una dimensione “altra” rispetto alla realtà ordinaria, generata dall’accordo tacito tra i partecipanti che instaurano un “come se” condiviso. In essa l’azione si svolge in un tempo e in uno spazio simbolici, regolati dalle leggi del gioco drammatico, e i corpi, gli oggetti e le parole assumono significati diversi da quelli abituali.
La Realtà drammatica include ed eccede lo spazio potenziale descritto da Winnicott (1971): se quest’ultimo descrive la condizione transizionale in cui il soggetto può sperimentare il rapporto fra interno ed esterno, la Realtà drammatica vi aggiunge la dimensione collettiva, performativa e narrativa. Al suo interno il soggetto può assumere ruoli, dare corpo a personaggi, riscrivere storie, esplorare alternative possibili a vissuti reali troppo rigidi o dolorosi per essere affrontati direttamente. È in questo “doppio livello dell’esperienza” che si gioca la specificità terapeutica della drammaterapia (Landy, 1993; Pitruzzella, 2014).
Le tre dimensioni operative: corpo, ruolo, distanza estetica
Entro la cornice della Realtà drammatica si articolano tre dimensioni fondamentali del lavoro drammaterapeutico: il corpo, il ruolo e la distanza estetica.
Il corpo costituisce il primo strumento espressivo. Nella prospettiva drammaterapeutica esso non è semplice supporto dell’azione, ma matrice dell’esperienza affettiva e relazionale (Jennings, 1998; Pitruzzella, 2014). Molti contenuti emotivi — in particolare quelli legati a esperienze traumatiche o conflittuali — si manifestano attraverso pattern corporei prima ancora che attraverso il linguaggio verbale, in linea con le evidenze sull’embodiment della cognizione e dell’affettività (Damasio, 1999; Gallese, 2007).
Il ruolo rappresenta un dispositivo simbolico centrale. Nella role theory di Landy (1993), l’identità personale è concepita come un sistema dinamico di ruoli che il soggetto assume nei diversi contesti di vita. In presenza di psicopatologia tale sistema tende a irrigidirsi (un ruolo dominante e invasivo) o a impoverirsi (vuoto di ruoli, esperienza di un sé frammentato). Il lavoro drammaterapeutico mira ad ampliare il repertorio dei ruoli disponibili e a renderne più flessibile la gestione, favorendo una più articolata flessibilità identitaria.
La distanza estetica, infine, costituisce un meccanismo regolativo essenziale (Landy, 1996; Scheff, 1979). Essa designa la posizione ottimale del soggetto rispetto al materiale emotivo evocato dall’esperienza drammatica: una distanza eccessiva produce distacco difensivo e intellettualizzazione, una distanza insufficiente produce sopraffazione affettiva e potenziale ritraumatizzazione. La regolazione fine della distanza permette al soggetto di sperimentare contenuti emotivi intensi mantenendo una sufficiente capacità riflessiva, e costituisce uno dei meccanismi di trasformazione più studiati della disciplina.
Meccanismi d’azione: dalla pratica drammaterapeutica alla riduzione della sintomatologia
Per comprendere come la drammaterapia possa influire sull’andamento di quadri psicopatologici complessi è necessario esplicitare i meccanismi attraverso cui essa opera. La letteratura clinica e teorica converge nell’individuare almeno cinque vettori principali (Jones, 2007; Landy, 1996; Pitruzzella, 2014):
- Regolazione affettiva attraverso la distanza estetica: Il dispositivo drammatico consente di affrontare contenuti emotivi disturbanti collocandoli “altrove” — in un personaggio, in una storia, in un oggetto evocativo. Questa esternalizzazione modula l’attivazione emotiva entro una finestra di tolleranza, permettendo l’elaborazione di vissuti che, se affrontati direttamente, risulterebbero soverchianti. Nei pazienti con disturbi dello spettro ossessivo-compulsivo, in particolare, l’esposizione mediata dall’azione scenica può favorire una progressiva tolleranza all’incertezza e all’angoscia, riducendo il ricorso ai rituali di rassicurazione.
- Ampliamento del repertorio dei ruoli e flessibilità identitaria: Nei disturbi di personalità il funzionamento interpersonale è spesso caratterizzato da pattern relazionali rigidi e da un’autorappresentazione povera o frammentata. L’esercizio drammaterapeutico, attraverso l’assunzione protetta di ruoli alternativi, allena la capacità di passare da una posizione all’altra, di “vedersi da fuori”, di immaginare modalità di risposta diverse da quelle abituali (Emunah, 1994; Landy, 1993).
- Mentalizzazione e cognizione sociale: Le pratiche drammatiche — costruzione di narrazioni, assunzione di prospettive, lavoro mimetico, doubling — sollecitano in modo intensivo i processi di mentalizzazione, intesi come la capacità di leggere il comportamento proprio e altrui in termini di stati mentali (Fonagy et al., 2002). Le evidenze neuroscientifiche sulle simulazioni incarnate e sui sistemi di neuroni specchio offrono un substrato plausibile a questa azione, mostrando come l’osservazione e la riproduzione di azioni ed emozioni altrui attivino circuiti condivisi tra soggetto e osservatore (Gallese, 2007; Rizzolatti & Sinigaglia, 2006).
- Apprendimento esperienziale e relazionale di gruppo: Il setting gruppale della drammaterapia produce un campo intersoggettivo in cui il feedback è immediato, multimodale e mediato dal gioco drammatico (Pitruzzella, 2014). I pazienti possono sperimentare comportamenti alternativi, ricevere risposte non giudicanti, riconoscere i propri pattern interattivi: tale processo costituisce una forma di apprendimento implicito particolarmente utile in pazienti che faticano a beneficiare di approcci esclusivamente verbali.
- Ristrutturazione narrativa: Nella prospettiva narrativa (Jones, 2007; Lahad, 1992), il sintomo è anche una storia bloccata. La possibilità di mettere in scena, riscrivere, dare un finale diverso ai propri vissuti consente una rielaborazione identitaria che i soli interventi verbali raramente raggiungono.
Questi cinque meccanismi non agiscono separatamente: si potenziano reciprocamente entro il dispositivo della Realtà drammatica, e rendono ragione di come modificazioni cliniche significative — riduzione dei rituali, miglioramento del funzionamento sociale, maggiore flessibilità relazionale — possano emergere anche in tempi relativamente brevi.

Empatia, cognizione sociale e drammaterapia: una prospettiva neuropenomenologica
L’approccio di Gallese con il suo modello di simulazione incarnata (“embodied simulation”) ha avuto grande influenza nel ripensare le basi neurobiologiche dell’empatia e della cognizione sociale. L’empatia non è riducibile a un atto intellettuale di attribuzione di stati mentali all’altro. Quando osserviamo un gesto, un volto emozionato, o anche un tono di voce, il nostro cervello tende a riattivare dall’interno pattern neurali analoghi a quelli che produrremmo se eseguissimo noi stessi quel gesto o provassimo quella stessa emozione e ciò grazie ai circuiti dei neuroni specchio. Questa risonanza incarnata non coincide con l’empatia nella sua totalità, ma ne costituisce la condizione primaria. In altre parole, comprendiamo l’altro sentendolo nel corpo, prima ancora che con la mente. Da qui deriva la possibilità di un ponte immediato tra esperienza soggettiva e intersoggettiva.
Cognizione sociale come simulazione incarnata
Tradizionalmente, la cognizione sociale è stata descritta attraverso modelli della cosiddetta teoria della mente, che vede la comprensione dell’altro come il risultato di un processo inferenziale. Gallese, invece, sostiene che alla base della cognizione sociale vi sia un meccanismo simulativo e incarnato. Grazie a esso, possiamo riconoscere le intenzioni e gli stati emotivi altrui senza passare sempre da ragionamenti espliciti. Si tratta di una forma di conoscenza corporea e immediata, che precede e integra la riflessione cognitiva. Questa prospettiva ha una forte valenza applicativa: ci permette di comprendere perché il corpo, l’azione e l’esperienza condivisa siano centrali non solo nella vita quotidiana, ma anche nelle pratiche terapeutiche e riabilitative.
La drammaterapia come laboratorio di empatia
La drammaterapia è un approccio terapeutico che utilizza strumenti teatrali — improvvisazione, role-play, messa in scena simbolica, narrazione corporea — per favorire processi di cura, espressione e crescita personale. Le tecniche drammaterapeutiche mettono in gioco il corpo e la relazione: il paziente non parla soltanto dei suoi vissuti, ma li incarna in un’azione condivisa. Questa dimensione performativa stimola direttamente i meccanismi di simulazione incarnata proposti dalle neuroscienze e descritti da Gallese, generando un’empatia attiva e reciproca tra terapeuta, gruppo e paziente.
Ad esempio:
- Role-play e inversione di ruolo: Assumere la parte di un altro permette di “risuonare” con le sue emozioni e di esplorare da dentro vissuti differenti dai propri.
- Improvvisazione corporea e gestuale: L’espressione libera del corpo rende visibili e condivisibili emozioni difficili da verbalizzare, creando una risonanza immediata negli altri partecipanti.
- Narrazione drammatica: Costruire insieme storie simboliche produce una co-costruzione di senso, in cui la cognizione sociale si alimenta del continuo scambio empatico.
Se l’empatia è radicata nella simulazione incarnata, la drammaterapia può essere letta come un dispositivo clinico che amplifica e orienta questi meccanismi spontanei:
- La messa in scena permette al paziente di vedere e sentire sé stesso dall’esterno, attraverso lo sguardo degli altri che risuonano con lui.
- La condivisione di ruoli e prospettive favorisce la costruzione di un sé più flessibile, capace di uscire dalla rigidità dei propri schemi interni.
- L’esperienza gruppale trasforma l’empatia individuale in cognizione sociale collettiva, dove il riconoscimento reciproco diventa risorsa terapeutica.
Drammaterapia nei contesti residenziali
I setting semiresidenziali rappresentano un contesto particolarmente favorevole all’applicazione della drammaterapia, in quanto offrono continuità terapeutica, integrazione con altri interventi riabilitativi e una stabilità del gruppo che ne potenzia gli effetti (Pitruzzella, 2014). In questi contesti la drammaterapia consente ai pazienti di sperimentare nuove modalità relazionali in un ambiente protetto, e facilita il transfer delle competenze acquisite alla vita quotidiana.
Il laboratorio di drammaterapia, condotto con cadenza settimanale, costituisce per i pazienti un appuntamento riconoscibile e ritualizzato, capace di scandire il tempo del percorso riabilitativo e di rappresentare uno spazio privilegiato di elaborazione, distinto sia dagli interventi clinici individuali sia dalle attività quotidiane della struttura.
Il laboratorio di drammaterapia presso “Villa Armonia” a Roma
“Villa Armonia” è una Casa di Cura specialistica psichiatrica accreditata con la Regione Lazio e attiva dal 1972. Gli interventi terapeutici (di tipo farmacologico, psicoterapeutico, tecnico-riabilitativo, familiare e sociale) tengono conto delle raccomandazioni di buone pratiche in campo terapeutico, psichiatrico e riabilitativo psico-sociale e vengono svolti da un’équipe multidisciplinare, per garantire la continuità di cura del paziente anche attraverso un costante confronto tra gli specialisti delle differenti istituzioni territoriali di competenza (CSM/Medico curante).
Nell’ambito di tale Struttura è presente l’Unità Esordi dotata di 7 posti residenziali, dedicata al trattamento delle patologie psichiatriche nei giovani, che presentano specifici bisogni legati all’età e alla fase iniziale della loro patologia e richiedono, pertanto, una presa in carico di tipo specialistico e multiprofessionale. Come evidenziato nelle principali linee-guida di riferimento, un intervento precoce ed efficace del disturbo psichiatrico all’esordio consente di prevenire notevoli compromissioni del funzionamento biologico, psicologico e sociale che possono verificarsi dopo l’esordio della malattia.
L’Unità Esordi rappresenta pertanto un ambiente di ricovero specialistico, finalizzato a obiettivi quali l’attivazione di un processo di guarigione più rapido, una riduzione della morbilità, una conservazione delle abilità sociali nella continuità del supporto familiare e sociale e con conseguenti minori necessità di ospedalizzazione.
Campione e procedura
L’esperienza qui descritta ha coinvolto sei giovani adulti (18-25 anni) inseriti in un percorso semiresidenziale, con diagnosi di grave disturbo di personalità e/o psicosi affettiva. Il laboratorio di drammaterapia ha avuto una durata di sei mesi, con incontri settimanali della durata di novanta minuti, condotti da un drammaterapeuta formato e supervisionato dagli altri membri dell’équipe curante (medico psichiatra, psicoterapeuta, TeRP).
Strumenti di valutazione
La valutazione dell’efficacia di un intervento drammaterapeutico presenta criticità specifiche, legate alla natura multidimensionale dell’intervento stesso. Per questa ragione si è scelto un approccio mixed methods, che integra strumenti quantitativi e qualitativi (Jones, 2007).
Le valutazioni sono state effettuate al baseline e al termine dei sei mesi mediante:
Strumenti quantitativi standardizzati:
- CGI (Clinical Global Impressions): osservazione clinica e psichiatrica.
- WHODAS 2.0: funzionamento sociale.
- Q-LES-Q: benessere percepito dal paziente.
Sul piano qualitativo, sono stati impiegati strumenti osservazionali in uso presso la struttura — checklist sulla partecipazione, sull’espressività corporea, sull’uso dei ruoli e sulle dinamiche di gruppo — e diari clinici, integrati dalle narrazioni dei pazienti raccolte nei momenti conclusivi delle sessioni.
Risultati clinici
Nei primi sei mesi di attività laboratoriale sono stati coinvolti prevalentemente giovani adulti con vissuti dolorosi, segnati da solitudine e isolamento sociale. L’analisi delle valutazioni pre/post e dei dati osservazionali ha evidenziato miglioramenti convergenti su più dimensioni: regolazione emotiva, flessibilità comportamentale e funzionamento sociale. Nei pazienti con disturbi di personalità si è osservato un ampliamento del repertorio relazionale, una maggiore capacità di mentalizzazione e una progressiva riduzione delle modalità interattive rigide, con ricadute positive sull’integrazione di gruppo e sulla qualità delle relazioni esterne, come riferito dagli stessi pazienti e dai familiari.
La terapia psicofarmacologica in atto non ha richiesto variazioni posologiche e non si sono verificati drop out né interruzioni dovute a riacutizzazioni sintomatiche. Il riscontro qualitativo raccolto presso utenti, familiari e operatori è stato uniformemente positivo, confermando la collocazione stabile e produttiva del laboratorio drammaterapeutico all’interno del progetto riabilitativo della struttura.
Valutazione qualitativa
Sotto l’aspetto drammaterapeutico si osservava che dopo un periodo iniziale di riscaldamento e di co-costruzione del setting ci si è impegnati su tre aspetti drammaterapeutici a nostro avviso fondamentali:
- L’azione: riprendendo dunque la radice della disciplina della drammaterapia mutuata proprio dalla parola drao (agisco, io agisco e agisco in prima persona, con responsabilità e quasi con una certa dose di eroismo consistente pur nella condizione di gravità psico-sociale legata ai disagi esperiti nell’affidarsi all’operatore drammaterapeuta compiendo un primo passo di cambiamento, dichiarando se stessi con particolare fiducia nel segno della reciprocità). “Stare” poi, nel laboratorio, con la propria spontanea corporeità, è stato senza dubbio il primo passo di reale e convalidata fiducia reciproca, di sperimentazione di una rinata speranza, fondamento per una più generale “recovery” riabilitativa. Tale passaggio ha consentito, allora, al corpo di poter direzionarsi verso l’azione per farsi ruolo, e dunque divenire corpo metaforico, trasformando il vissuto in un’elaborazione mitopoietica spendibile su vari scenari, quello della relazione diadica con il terapeuta ma anche su quella sociale del gruppo.
- La narrazione: la storia, la narrazione, sono infatti aspetti importanti, se non decisivi, perché elementi accattivanti che suscitano curiosità, attirano attenzione e permettono di costruire la storia insieme agli altri, promovendo un aspetto fondamentale per l’abilità drammatica che è l’ascolto e l’interazione. L’ascolto è infatti legato anche allo sguardo, uno sguardo attento che cambia, che partecipa e si fa complice dell’altro anche quando non si è direttamente coinvolti e che sostiene l’altro. Riemergono allora le matrici del Teatro, dal greco theaomai (guardare), ma con sguardo attivo e dunque critico, sviluppando responsabilità. Set e setting dove si esercita la “creazione”, con le improvvisazioni, attività molto gradite agli utenti ma anche l’interattività sperimentabile nella valorizzazione anche degli utenti che vengono “fuori” a fare da pubblico. In questa reciprocità straordinaria di sostegno si sviluppano passaggi evolutivi importanti che mettono in campo rilevanti risorse emotive, fisiche e cognitive.
- Il rito: ad un certo punto del laboratorio il gruppo si consolida nel rito del gioco, al punto tale da consentire di raggiungere importanti gradi di autonomia. In questa fase il laboratorio, come si suol dire, “si faceva da sé”, come quando ad esempio il gruppo esercitava con autonomia e spontaneità una sorta di maternage ritualizzato quando un compagno/a di reparto veniva dimesso/a, in questo centrando l’aspetto dell’attraversamento della soglia (fisica ma anche mentale ed affettiva, riportante ad un dentro e fuori ma anche ad un prima e dopo, aspetto molto ansiogeno di per sé, ma rassicurato dallo sguardo ritualizzato e benevole del gruppo/madre che continua ad esserci anche se ti saluta nel qui ed ora, ma che sarà sempre pronto a coinvolgersi in forme nuove nei vari là ed allora che potranno prospettarsi nella “vita nuova”).
Quadri clinici (Cluster B)
Di seguito una rielaborazione clinica dei sei casi afferenti al gruppo di utenti frequentatori del laboratorio di drammaterapia con valutazioni diagnostiche accreditanti il riferimento ai disturbi di personalità del Cluster B (DSM-5-TR: Borderline, Narcisistico, Istrionico, Antisociale):
- Utente 1 (Disturbo Borderline di Personalità): Il soggetto presenta una spiccata instabilità affettiva, con rapide oscillazioni dell’umore e difficoltà a regolare le emozioni negative, in particolare rabbia e vergogna. Mostra un’intensa sensibilità al rifiuto e al giudizio altrui, con reazioni emotive sproporzionate a lievi frustrazioni.
- Utente 2 (Disturbo Borderline di Personalità con tratti post-traumatici complessi): Il profilo suggerisce una vulnerabilità emotiva legata a esperienze traumatiche precoci. Si osserva un pattern relazionale basato sulla ricerca di protezione, alternato a diffidenza e allontanamento.
- Utente 3 (Disturbo Istrionico di Personalità): Il soggetto manifesta intensa emotività, drammatizzazione degli eventi e bisogno costante di attenzione e rassicurazione. La regressione psicologica si esprime in dipendenza affettiva e difficoltà a tollerare la solitudine.
- Utente 4 (Disturbo Borderline di Personalità – componente depressiva): Il profilo mostra importante labilità emotiva con episodi di ansia acuta, sentimenti di inadeguatezza e autocritica persistente. Il ritiro sociale appare come strategia difensiva.
- Utente 5 (Disturbo Borderline di Personalità con elementi psicotici transitori): La presenza di pensiero tangenziale, deragliamento e tratti quasi deliranti indica un funzionamento al limite tra organizzazione borderline e psicotica.
- Utente 6 (Disturbo Borderline di Personalità con tratti impulsivi): Il soggetto mostra difficoltà di controllo degli impulsi, attenzione discontinua e tendenza all’agito. Forte dipendenza affettiva e bassa tolleranza alla frustrazione.

In sintesi, cinque dei sei casi si collocano prevalentemente nello spettro borderline, con diverse sfumature (traumatiche, depressive, psicotiche o impulsive). Uno (il n. 3) mostra invece un funzionamento più istrionico, coerente con un pattern di teatralità e dipendenza affettiva.

Valutazione strumentale e testologica
La lettura integrata dei tre strumenti valutativi utilizzati (la CGI restituisce una sintesi clinica globale del cambiamento; la WHODAS 2.0 documenta il livello di funzionamento e disabilità; la Q-LES-Q dà voce al vissuto soggettivo di benessere) ha consentito di cogliere aspetti complementari. Nel gruppo osservato, emerge un andamento complessivamente coerente: alla riduzione della gravità clinica si associa un miglioramento del funzionamento e, parallelamente, un incremento della qualità della vita percepita.
Tuttavia, l’analisi integrata mette anche in evidenza alcune discrepanze significative, che rappresentano elementi clinicamente rilevanti:
- pazienti con miglioramento clinico ma benessere ancora basso;
- pazienti con discreto funzionamento ma limitata soddisfazione soggettiva;
- pazienti che mostrano precoci segnali di benessere prima di un chiaro cambiamento sintomatologico.
Queste differenze serviranno comunque per orientare in modo più mirato il progetto terapeutico-riabilitativo.


Sintesi evolutiva complessiva
Nel corso di sei mesi il gruppo ha mostrato una regressione sintomatica significativa, con riduzione della disregolazione emotiva, incremento delle competenze relazionali e maggiore integrazione identitaria.
La drammaterapia ha favorito l’emergere e la rielaborazione simbolica di vissuti traumatici attraverso l’espressione corporea e narrativa, consentendo ai soggetti di differenziare sé dall’altro e di rappresentare affetti precedentemente agiti in modo impulsivo.
Fattori comuni di evoluzione:
- Incremento della consapevolezza emotiva: miglior riconoscimento e denominazione delle emozioni, con riduzione degli agiti impulsivi.
- Potenziamento del Sé osservante: la produzione drammatica ha consentito una distanza riflessiva tra esperienza interna e comportamento.
- Miglioramento nella tolleranza alla frustrazione e nella gestione del rifiuto.
- Ampliamento delle capacità relazionali: maggiore empatia, cooperazione e stabilità nell’interazione gruppale.
- Parziale integrazione identitaria: passaggio da rappresentazioni scisse del Sé (“buono/cattivo”) a una visione più complessa e continua.
Sul piano globale si constata un passaggio da un funzionamento borderline-traumatico a un livello di organizzazione più integrato, con riduzione del rischio di acting-out e miglior adattamento sociale. La drammaterapia ha agito come strumento di ricostruzione narrativa del Sé, sperimentazione di ruoli più funzionali e validazione emotiva nel contesto gruppale.
Dal punto di vista clinico, il decorso suggerisce una buona prognosi relativa: pur restando tratti di vulnerabilità affettiva e bisogno di conferme interpersonali, la crescita della funzione simbolica e la capacità di autoriflessività delimitano l’intensità del quadro borderline originario.
Discussione
I risultati osservati suggeriscono che la drammaterapia, integrata in un percorso residenziale, può contribuire al miglioramento del funzionamento globale di pazienti con psicopatologia complessa. La capacità di operare simultaneamente sulle dimensioni corporea, simbolica e relazionale costituisce probabilmente il vantaggio specifico dell’intervento, permettendogli di intercettare aspetti del funzionamento psicologico che gli approcci esclusivamente verbali raggiungono con maggiore difficoltà. Sul piano clinico è significativo che le aree in cui si è registrato il miglioramento più evidente — regolazione emotiva, flessibilità comportamentale, mentalizzazione, qualità delle relazioni di gruppo — siano proprio quelle che la letteratura indica come bersagli elettivi della drammaterapia (Jones, 2007; Landy, 1996; Pitruzzella, 2014). La convergenza tra dato osservativo e modello teorico rafforza l’ipotesi di un’effettiva azione dei meccanismi descritti nelle sezioni precedenti, e non di una semplice covariazione casuale.
L’esperienza estetica e simbolica permette al paziente di esplorare contenuti emotivi in condizioni di sicurezza, facilitando processi di mentalizzazione e ristrutturazione narrativa dell’esperienza. Il contesto gruppale favorisce inoltre lo sviluppo di competenze sociali e il senso di appartenenza, dimensioni di particolare rilevanza nei pazienti con esordi psicopatologici, il cui percorso riabilitativo ha tra gli obiettivi prioritari il mantenimento o la ricostruzione del legame sociale.
Limiti metodologici
L’esperienza presenta sicuramente limiti da riconoscere: l’eterogeneità degli interventi drammaterapeutici ostacola standardizzazione e replicabilità, la componente osservazionale introduce potenziali bias interpretativi, e la dimensione gruppale rende difficile isolare gli effetti specifici. La ridotta numerosità del campione e l’assenza di un gruppo di controllo limitano la generalizzabilità dei risultati. Tali criticità, tuttavia, a nostro avviso non invalidano le osservazioni cliniche, ma fanno rilevare la necessità di protocolli più standardizzati e studi longitudinali su campioni più ampi e disegni quasi-sperimentali multicentrici.
In questo contesto assume dunque rilevanza l’ipotesi dell’adozione di uno strumento come la Scala di Monitoraggio del Percorso nelle Artiterapie (SMPA), sviluppata dal Gruppo di Approfondimento Tecnico sulle Artiterapie della DG Welfare Regione Lombardia a partire da una scheda delle Botteghe d’Arte dell’ASST GOM Niguarda. La SMPA risponde a un’esigenza rilevante: in letteratura manca uno strumento trasversale, validato e applicabile nel contesto reale per la valutazione d’esito delle artiterapie. Questo strumento etero-somministrato è stato progettato per essere utilizzato trasversalmente nelle diverse forme di arteterapia (pittura, musica, teatro, danza, scrittura) (Melorio, Viganò, 2024, 2025).
La SMPA nasce perché le scale classiche (CGI, BPRS, WHODAS) non colgono la dimensione simbolica del processo creativo e del cambiamento relazionale nell’arte. La SMPA misura quindi il processo terapeutico, non solo l’esito. È uno strumento di 58 item sviluppato da un gruppo di esperti per monitorare i processi nelle AT, basato su un manuale dettagliato e applicabile senza modificare le pratiche usuali. La scala valuta dimensioni tematiche come area cognitiva, relazionale, espressiva, psico-educativa, valutazione globale e clima. La struttura psicometrica mostra alta coerenza interna e affidabilità, supportando osservazioni multidimensionali e longitudinali. L’équipe curante si prefigge di poter realizzare ulteriori monitoraggi validitativi inserendo anche questo strumento.
Conclusioni
La drammaterapia si configura come un intervento riabilitativo multidimensionale capace di integrare corpo, ruolo e distanza estetica entro la cornice della Realtà drammatica, dando luogo a un processo terapeutico unitario. L’esperienza qui descritta, pur con i limiti metodologici dichiarati, segnala miglioramenti significativi sul piano della regolazione emotiva, della flessibilità comportamentale e della cognizione sociale.
L’integrazione tra strumenti di valutazione standardizzati e osservativi consente di seguire con maggiore accuratezza i processi di cambiamento. Sono auspicabili ulteriori studi longitudinali e protocolli condivisi che consolidino l’evidenza empirica e contribuiscano a chiarire i meccanismi specifici di efficacia.
Il presente lavoro sollecita l’équipe curante a continuare l’esperienza laboratoriale in atto possibilmente rendendola più organica e strutturata con i percorsi assistenziali e riabilitativi proposti in sede residenziale e potenziando l’aspetto valutativo con l’integrazione degli strumenti valutativi con l’uso della Scala SMPA, ed auspicando l’attivazione di un network nazionale di ricerca e studio dedicato alle Arti Terapie applicate ai percorsi di Riabilitazione Psicosociale proposti nei vari PTRP (Piani Terapeutici Riabilitativi Personalizzati) a favore di pazienti seguiti in strutture del SSN o con esso accreditato.
Bibliografia
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Come citare questo articolo
Francomano, M.; Pitruzzella, S.; Monastero, A.; Cuccia, G.; Di Giorgio, V.. (2026). Il corpo, il ruolo e la distanza estetica. Drammaterapia e riabilitazione Psichiatrica: un’esperienza in una struttura residenziale con esordi psicopatologici e disturbi di personalità. Errepiesse, Anno XX, 2, 118-133.